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IL TEMPO DELL’INCERTEZZA articolo della Dott.ssa Maria Cristina Meloni (Psicoterapeuta Ufficiale del Centro di Terapia Strategica)

16 Gennaio 2022
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Il tempo dell’incertezza

 

«Senza crisi non ci sono sfide…

Senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.

Senza crisi non c’è merito…

È nella crisi che emerge il meglio di ognuno,

perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze»

Albert Einstein

 

Incertezza, paura, tristezza, coraggio, dubbi, autonomia, avventura, scoperta, piacere … in una parola “crisi”. Sappiamo che l’adolescenza è l’età del cambiamento; quel periodo dominato dalla trasformazione e costruzione della personalità dell’individuo che sta per diventare adulto. Il processo di crescita che avviene in età adolescenziale è caratterizzato dal coesistere di tendenze opposte e, di conseguenza, da una forte instabilità emotiva che porta con sé conflittualità, dilemmi, rotture, rinunce, e nuove percezioni della realtà. Tutto questo richiede sempre il superamento di difficoltà e di ostacoli, ed è proprio questa sfida quotidiana che permette di evolversi e di adattarsi alle nuove situazioni modificando i “vecchi schemi mentali” per costruirne di nuovi, più funzionali e flessibili. È attraverso l’esperienza data dal superamento degli ostacoli, infatti, che il giovane struttura la fiducia nelle proprie risorse e nel proprio equilibrio psicologico sviluppando, così, un senso di autoefficacia personale, coerente e stabile che contribuirà alla formazione di una buona autostima. Quest’ultima altro non è che il “sentimento globale del sé”, il quale si struttura sulla base della presa di consapevolezza di ciò che si è capaci di fare con efficacia nella propria vita. Ma quali strumenti abbiamo per capire i nostri adolescenti e sintonizzarci emotivamente con loro?

In questo delicato contesto evolutivo, l’attività sportiva può senza dubbio costituire una componente di grande rilievo per consentire agli adolescenti di acquisire le risorse caratteriali e gli strumenti che potranno successivamente utilizzare, una volta adulti, in ogni ambito della loro vita: sociale, lavorativo, affettivo.

Lo sport, specialmente quello di squadra, infatti, allena non solo il corpo, ma, soprattutto, la mente e la socialità, fornendo importanti esperienze di crescita psicologica ed emotiva.

Tuttavia, affinché l’attività sportiva praticata dall’adolescente possa svolgere appieno la sua funzione pedagogica, è indispensabile che anche gli allenatori ed i genitori, che costituiscono i principali punti di riferimento del giovane sportivo, conoscano ed utilizzino saggiamente le strategie che consentono ai nostri ragazzi una sana crescita individuale. Le ricerche in campo psicologico e sociologico, infatti, ci ricordano l’importanza del contesto sociale nel quale l’adolescente è immerso, soprattutto nella nostra società contemporanea “liquida”, così definita dal sociologo Zygmund Bauman.  Una società liquida, appunto, è una società in cui competizione e individualismo sostituiscono e annullano quel sano spirito comunitario e cooperativo che serve a creare un forte senso di appartenenza del giovane al gruppo, ma è anche il teatro di uno scenario nel quale vengono a mancare i punti di riferimento, dove l’apparire è più importante dell’essere, dove l’immagine di sé, l’essere accettati, ammirati e riconosciuti diviene l’unico interesse indispensabile a costruire un’immagine di sé forte, invidiabile e bella, dove i like e i follow  valgono più di qualsiasi altra cosa, perché, secondo il pensiero della maggior parte dei giovani, specchio di quanto si è accettati da  una società, appunto, dove l’incertezza diviene l’unica certezza.

In questo ambiente diventa sempre più necessaria la funzione educativa di figure stabili e coerenti, punti saldi su cui costruire il proprio futuro, rendendo le incertezze sempre più certezze. La nostra società sempre più pericolosamente “liquida” richiede quindi urgentemente genitori efficaci e sicuri, allenatori motivanti e capaci di guidare i ragazzi, ed insegnanti che sappiano ispirare ed essere empatici. I nuovi modelli educativi, quindi, hanno un compito pedagogico importante: forgiare menti flessibili, capaci di affrontare situazioni mutevoli e difficoltà crescenti, con buone capacità comunicative e sociali. Conformismo e diligenza non sono più l’obbiettivo ultimo dell’educazione, ma lo spirito di gruppo e la capacità di risolvere i problemi adottando strategie e tecniche di gestione del mondo emotivo e relazionale. Questo significa potenziare la fiducia in se stessi e l’autonomia di giudizio, che implicano autostima e autodisciplina, ma anche capacità di padroneggiare la realtà circostante rendendola più funzionale, per sé e per gli altri.

Tutto questo ci porta a riflettere su quanto sia importante per l’adolescente che pratica sport a livello agonistico la figura dell’allenatore, e, sulle caratteristiche che un buon allenatore dovrebbe possedere per favorire la crescita del giovane atleta. Anzitutto è bene sottolineare che mai, come in adolescenza, i modelli di riferimento che il giovane incontra fuori dal contesto familiare rappresentano o un fattore di rischio, o un fattore di protezione, nel senso che possono fungere da modelli di identificazione importanti durante lo sviluppo. Infatti, sappiamo bene che è fisiologico per l’adolescente entrare in contrasto con le figure genitoriali, modelli imitativi e di identificazione fin dall’infanzia, e che, di conseguenza, essi cerchino fuori dalla famiglia nuovi e significativi modelli di identificazione. Un allenatore empatico, capace di comprendere il mondo emotivo dell’atleta, sintonizzandosi in esso, fa quindi la differenza e rappresenta, per così dire, un importante “fattore di protezione” per la crescita sana del ragazzo, che, per sua natura, si affaccia alla vita con occhi curiosi rispetto a ciò che non conosce e che lo potrebbe, se non ben equipaggiato, mettere in situazioni di rischio nell’assecondare desideri e ricerche di nuove sensazioni.

Troppo spesso ci si dimentica, infatti, che le squadre sportive sono composte da persone, prima che da dirigenti, allenatori e atleti e che, per tale ragione, prima che vincere sul campo è necessario vincere nello spogliatoio, creando quella giusta armonia e senso di appartenenza al gruppo: chiave per essere vincenti. Le persone in quanto tali, infatti, non sono vincenti per la somma dei loro potenziali, ma per la capacità di farli interagire in modo efficiente tra loro, coltivando un efficace “spirito di squadra”. Ecco, allora, che avere un allenatore che sa capire, che sa guidare, che sa sintonizzarsi con il difficile e complicato mondo emotivo dell’adolescente fa davvero la differenza. I ragazzi guardano sempre ogni azione che fa il proprio allenatore, osservano le espressioni del suo volto, ascoltano le sue parole, valutano i suoi gesti, sintonizzandosi soprattutto sugli sguardi di conferma o di disappunto. L’allenatore è dunque un formatore, perché tra i suoi compiti c’è anche quello di accompagnare l’allievo nello sviluppo delle sue risorse personali fino al raggiungimento della maturità. Per tale ragione deve essere in grado di far leva sulle credenze potenzianti del ragazzo, in modo da consentirgli di credere nelle proprie risorse, e, conseguentemente, di alimentare il suo senso di autoefficacia personale e di autostima. L’allenatore deve essere in grado di allenare il giovane nell’impiego creativo degli strumenti messi a disposizione dal suo cervello e fargli scoprire che, accanto al suo essere insicuro, timoroso, ed indeciso, ci sono anche risorse positive come coraggio, grinta, determinazione e sicurezza.

È dunque evidente l’importanza della figura dell’allenatore come modello di riferimento e di guida nel suo ruolo attivo e propositivo. Nello sport, ogni allenatore che si occupa di giovani atleti, dovrebbe studiare un piano di lavoro che comprenda, oltre all’insegnamento dei fondamentali della singola disciplina, anche l’utilizzo di strumenti per lo sviluppo emotivo e sociale, del pensiero critico, della capacità decisionale, della consapevolezza di sé e della capacità di risolvere problemi all’interno di relazioni efficaci. L’educazione sportiva, la cultura sportiva, l’etica, il fair-play e il buon esempio non nascono da soli, devono, invece, essere educati e sviluppati da persone con buon senso, competenti ed equilibrate.

Riassumendo, un buon allenatore deve essere empatico, fare da guida, costituire un modello di identificazione, nonché essere un formatore, un motivatore e anche un buon comunicatore e, per far questo, deve poter uscire dal proprio punto di vista, dal suo riferimento valoriale, per adottare la prospettiva dell’atleta. Ciò comporta il saper utilizzare una comunicazione efficace che favorisca il dialogo, il confronto e la crescita creativa tra i componenti del gruppo. La conversazione con i giovani atleti dovrebbe partire sempre dalla considerazione di un “punto di forza” per poi analizzare l’area da migliorare. Iniziare da un aspetto positivo, infatti, mette a proprio agio il ragazzo e favorisce il dialogo e l’apertura anche di fronte a contestazioni importanti. Inoltre, non si deve mai usare il “messaggio-tu”, ossia: “sei incapace”, “svegliati”, “non ti riconosco più”, ma si deve descrivere oggettivamente il comportamento: “nel fare questa azione, hai avuto questo risultato”, in modo da evitare di toccare l’identità della persona esprimendo giudizi che intaccano la percezione del sé dell’adolescente.

Indipendentemente dal risultato, quindi, l’allenatore deve cercare sempre di riconoscere l’impegno del ragazzo, chiedere il suo punto di vista (domandando, ad esempio se si sente coinvolto durante l’allenamento o in partita e, se ciò non è avvenuto, domandando non il perché, bensì il come, e quindi il: “Perché non riesci mai a ..”, si trasforma in: “Come possiamo migliorare le tue difficoltà a…”), proporre invece che imporre, chiedere cosa è piaciuto e cosa non è piaciuto, cosa si può migliorare e cosa invece si deve mantenere, ecc. Ciò permette di motivare gli atleti, di stimolare il loro pensiero critico, e di mobilitare le loro energie per cambiare ciò che non funziona senza soffermarsi sul concetto di errore.

Infine, un buon allenatore deve anche essere un buon leader: essere coinvolgente, saper persuadere e sapersi fare apprezzare dagli atleti stimolando lo spirito di squadra e la cooperazione, creando in questi ultimi spazi mentali adeguati per muoversi ed affermare se stessi. È necessario sostenere e incoraggiare i ragazzi, evitando aspettative troppo elevate e pressioni esagerate, utilizzando critiche costruttive, e cercando sempre di gratificarli per i loro successi.

Concludendo, è evidente che chiunque svolga un ruolo importante nella crescita di atleti in formazione deve avere i rudimenti di come essi “funzionino” da un punto di vista psicologico, in modo da lavorare sulle loro “life skills”. Per fare questo non occorre essere psicologi, ma occorre essere aperti e adoperarsi per migliorare la propria capacità empatica per poterla trasmettere ai ragazzi che, a loro volta, proveranno a svilupparla con i compagni per creare un gruppo squadra compatto, coeso, e, di conseguenza… vincente.

 

Ho avuto alcuni allenatori che gridavano troppo.

Non li “sentivamo” più.

Diventavano come una musica in sottofondo, monotona.

Ricordo il mio professore di matematica del liceo.

Grande uomo.

Quando in classe c’era confusione, iniziava a fare lezione con un volume e un tono molto bassi… e la classe magicamente (ma non era magia) si acquietava.

La sua voce si distingueva.

Emergeva.

Catturava la nostra attenzione e la nostra stima.

Il gridare deve essere un’eccezione. Altrimenti perde efficacia.

 

“La punizione è tanto più efficace quanto più è rara” (M.V.Masoni)

 

 

Dott.ssa Maria Cristina Meloni (Psicoterapeuta Ufficiale del Centro di Terapia Strategica)

 

 

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