Articolo del Dott. Riccardo Pazzona
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”
Sono passati circa 300 anni dalla prima volta in cui venne pronunciata questa frase che risulta quanto mai attuale ed immortale. “Tutto si trasforma” diceva il chimico francese Lavoisier, e certamente l’avvento pandemico da due anni ci mette davanti a nuove sfide e ad una necessità di trasformarci. Una delle sfide più grandi a cui siamo chiamati fa capo alla capacità di adattarci. Infatti, le nostre abitudini, i nostri stili di vita hanno subito delle modifiche repentine ed inattese che hanno generato delle reazioni particolarmente stressanti. Le abitudini sono ben radicate in ognuno di noi e ciò fa capire quanto destrutturarle e modificarle sia alquanto complesso ed oneroso in termini di tempo, volontà ed impegno.
Il risvolto pratico di quanto finora scritto è rappresentato dalle misure adottate per limitare il contagio come il lockdown, il distanziamento, l’utilizzo di dispositivi di sicurezza e la sospensione di attività ritenute non essenziali, tra cui si configura anche quella sportiva. Stare a casa, non potere uscire e fare attività fisica, oltre ad incentivare un comportamento sedentario, fa svanire il ruolo protettivo che questa ricopre nei confronti delle infezioni batteriche e virali, nel potenziamento della funzione immunitaria e nella prevenzione di malattie cardiovascolari, di malattie croniche come il cancro ed il diabete. Oltre a questi benefici, l’attività fisica produce dei benefici nella sfera psicologica dell’individuo favorendo una riduzione di ansia, depressione e stress. Qualche lettore potrebbe considerare queste righe anacronistiche in quanto il lockdown è solo un ricordo e le attività sportive hanno ripreso il loro svolgimento (seppur con delle limitazioni ancora in vigore e qualche stop&go). Purtroppo, mi preme ribadire che questi aspetti sono drammaticamente attuali; risulta infatti in costante aumento il tasso di abbandono all’attività sportiva, e ciò costituisce un allarme sociale e sanitario.
A tal proposito, una fascia d’età particolarmente colpita è quella dei giovani che praticano (o purtroppo praticavano) sport di base. Lo sport per i giovani, oltre alla promozione dello sviluppo psicofisico, della salute, del benessere costituisce un potente mezzo di socializzazione, inclusione con risvolti rilevanti nella formazione della personalità dell’individuo. I giovani che rappresentano il nostro presente ed il nostro futuro sono immuni dagli effetti psicologici della pandemia? Dagli studi finora condotti purtroppo, è stata rilevata l’insorgenza di problematiche comportamentali, sintomi di regressione, irritabilità, disturbi del sonno, disturbi d’ansia e cambiamenti frequenti nel tono dell’umore. A stimolare queste problematiche verosimilmente ha contribuito in maniera particolarmente l’assenza di libertà, bisogno primario in special modo per gli adolescenti, in quanto permette loro di dare forma e senso al processo di individuazione e concretizzazione dell’identità, nonché di sviluppare fiducia nelle loro capacità.
Il lockdown è terminato, le restrizioni gradualmente si stanno allentando e ci avviamo ad una nuova normalità. “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” ho scritto all’inizio e, a questo punto, si potrebbe fare una riflessione: quali possono essere gli elementi che concorrono a favorire questa trasformazione? Sicuramente sono molteplici! La nuova normalità a cui siamo chiamati richiede una trasformazione delle nostre abitudini, delle nostre routine quotidiane. Questa trasformazione nel contesto sportivo assume delle particolari criticità in quanto l’attività sportiva è per definizione caratterizzata da comportamenti abitudinari e routine che si ripetono in maniera sistematica. Sarà semplice riuscire ad adattarsi alle novità? Non sarà semplice e, come per ogni cambiamento, ci vorrà del tempo. Certamente si può agire in maniera proattiva e mettere gli atleti e le atlete nelle condizioni migliori per facilitare questo percorso di transizione. Gli elementi su cui sarebbe necessario lavorare sono molteplici: il primo fa riferimento all’autoefficacia regolatoria, ovvero la convinzione di riuscire a svolgere un’attività, un compito, un gesto con successo nonostante le situazioni avverse. Le situazioni avverse in questo caso sono dettate dalle nuove abitudini che il cambiamento sta stimolando e stimolerà nel futuro prossimo. Sono tante le persone che dopo la pandemia hanno perso fiducia in sé stesse e temono di non riuscire più a performare come nel periodo pre-pandemia. Lavorare sulle fonti di autoefficacia costituirebbe un ottimo punto di partenza e inciderebbe positivamente sulla motivazione. La gestione delle emozioni rappresenta un altro elemento cardine su cui sarebbe opportuno intervenire: ansia, incertezza, paura (anche del contagio), irritabilità nel periodo pandemico sono aumentate, e questo deve portare all’applicazione di strategie funzionali finalizzate a ritrovare un nuovo equilibrio anche attraverso lo sviluppo di strategie di coping. Da qui si può ripartire condividendo, coinvolgendo e co-costruendo percorsi ad hoc che possano favorire un percorso di ripresa funzionale.
Concludo con una massima del Nobel per la letteratura Thomas Stearns Eliot “Giunti alla fine di un viaggio ci ritroviamo al punto di partenza”. La pandemia ci auguriamo stia arrivando a fine corsa, sta a noi farci trovare pronti alla nuova ripartenza, alla nuova normalità, mettendo in discussione le vecchie abitudini ed adattandoci ad una realtà differente da quella che ricordavamo.
Dott. Riccardo Pazzona

